lunedì 24 maggio 2010

Rosa di fuoco

Pubblicato da casalinga patrizia a 21:42
Io lui non lo conoscevo perché la mattina alle 7.35 quando su Capital fa la sua rubrica "l'almanacco del giorno" io sono ancora in casa che cerco di convincere Bianca a fare almeno una minima colazione, tra un cereale, un biscotto e un sorso di latte..
Io lui non lo conoscevo perché l'Espresso in cui lui scrive di solito sta sempre da quella parte del letto che io non raggiungo, settimana dopo settimana uno impilato sopra l'altro..
Io lui non lo conoscevo perché ormai leggo i titoli di Repubblica solo sul sito e gli articoli che lui scrive non li ho mai letti...

E invece a Patrick, lui piace, lo conosce e lo ascolta e lo legge..e cosi ha saputo di questa sua prima e forse ultima (come dice lui) opera letteraria..
un libro che parla di pallone, di storie intriganti e di una città: Barcellona.



Io non amo il calcio, ma vivendo a Barcellona non ci si può non innamorare della passione che hanno i catalani per il barca, dell'atmosfera che si crea ogni volta che c'è un partita in Tv o al Camp Nou e dell'emozione che è trapelata da Patrick quando è tornato a casa dopo aver visto Barca-Inter in un bar della zona universitaria assieme a catalani doc..
Però amo le storie intriganti, quelle che mischiano passato con presente, e parlano anche d'amore e di morte..
e soprattutto amo quella città, che chi mi è venuto a trovare nella mia permanenza non ha apprezzato in pieno, che non è riuscito a farsi stregare dalla sua gente e dai suoi vicoli come invece è successo a me...
e questo libro parla di tutto questo e soprattuto del Barrio gotico, dove ho vissuto, "in uno di quei vicoletti" dove "i panni stesi al sole, come vele gonfie di una miseria che non salpa mai" sono stati anche i miei..per pochi indimenticabili mesi...

E cosi Patrick me lo ha regalato, così un bel giorno si è presentato con questo volume..di un rosso sangue..

“Barcellona 8 maggio 1937
Erano giorni in cui la morte doveva inventarsi qualcosa per essere notata. La si incontrava cosi spesso, sulle strade di Barcellona, che ormai faceva parte del panorama come i platani, i chioschi o i lampioni di quell'architetto disturbato. Non che non ci si facesse caso per niente, sia detto: anche un gabbiano spiaccicato in terra lo si guarda. Ma era diventato normale imbattersi nei cadaveri di gente sparata mentre combatteva, o soltanto passava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Facile, perché Barcellona viveva parecchio sbagliata nell'attesa perenne del giusto. Solo nei cinque anni precedenti era stata bagnata dal sangue di oltre cento conflitti a fuoco: rivolte, disordini, scontri con la polizia. Proletari contro padroni. E la guerra civile, scoppiata un anno prima, aveva esasperato ulteriormente quell'anima cruda, eretica e violenta della città, a bollore già dall'altro secolo. La “rosa di fuoco", Rosa de foc, in catalano: così era detta Barcellona dagli anarchici, con una definizione coniata, pare, nel 1873 da un Friedrich Engels estasiato da tanto spirito eversivo.

Ai becchini - e questo fu un caso in cui la morte riuscì a farsi notare - fece effetto il corpo di quella ragazza trovato senza vita in un buco di appartamentino nel Barrio Gotico, il quartiere vecchio della città. In uno di quei vicoletti oscurati dai panni stesi al sole, come vele gonfie di una miseria che non salpa mai.”

Emilio Marrese - Rosa di Fuoco. Romanzo di sangue, pallone e piroscafi. Pendragon.

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